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martedì, 31 agosto 2004
Pera Marcello: bocciato

Su Repubblica di ieri intervista di Luigi Contu (nessuna parentela) al presidente del Senato Marcello Pera. Argomento: il terrorismo internazionale e la necessità di un nuovo patto di solidarietà dell'Occidente.
Dice Pera che "c´è una guerra dichiarata e noi dobbiamo decidere come atteggiarci. Possiamo combatterla, questa guerra, possiamo decidere come, con quali mezzi combatterla oppure possiamo ritirarci e alzare le mani". E' vero. Ci hanno dichiarato guerra, indubbiamente. A noi come mondo, come cultura, come sistema economico.

Dice Pera che certo, qualche errore l'Occidente potrebbe averlo commesso nei confronti dell'Islam, a sua volta - peraltro - non immune da responsabilità. Però
"se mentre, come è giusto, cerchiamo rimedi, che poi sono politici, diplomatici, educativi, economici, in una parola sono la globalizzazione delle opportunità e dei diritti fondamentali, quelli ci fanno guerra, dovremmo continuare a batterci il petto?"
Ovvero: possiamo anche ammettere di avere qualche responsabilità, forse, ma è piuttosto inutile tentare di rimediare ai nostri errori mentre "gli altri" ci sparano addosso, ammazzandoci tutti indifferentemente, soldati, mercenari, pacifisti, giornalisti, giapponesi, italiani, democratici americani e repubblicani americani.
Infatti "per i terroristi non esiste differenza tra pacifisti amici e militari ostili", constatazione che rende superata ogni discussione ("
truppe sì truppe no, svolta sì svolta no, dopo gli ultimi avvenimenti è una discussione tardiva").

Dice Pera che dobbiamo "smetterla con l'inerzia, la reticenza, la furbizia di chi strizza l'occhio, di chi tenta l'appeacement". Perchè chi cerca la pace, in fondo, è un furbo, un reticente, un inerte.


Leggendo le parole del nostro presidente del Senato non riesco a non pensare ai miei alunni a scuola. Quando hanno la sensazione, probabilmente fondata, di aver subito un torto da un loro compagno, tendono subito alla reazione, vogliono difendersi dall'aggressore. Quando esplode un litigio, è subito fondamentale per loro trovare il colpevole (che è sempre "l'altro") e ottenere giustizia, e chiedono magari al loro insegnante di fare da giudice, separare il bene dal male. Si divide in partiti tutta la classe, chi è contro, chi è a favore, chi difende questo, chi accusa quell'altro.
Io, dalla cattedra, resto sempre un po' interdetto. Poi ci provo: cos'è successo? Cioè: qual è la storia che sta dietro questa esplosione apparentemente repentina? Saltano fuori, magari a puntate, un po' per volta e col passare dei giorni, i mille motivi di uno screzio, di una disattenzione, di una amicizia tradita (spesso inconsapevolmente), di un linguaggio che si credeva comune e invece produceva incomprensioni e malintesi. Le storie dei rapporti tra uomini sono complicate, intricate, a tratti incomprensibili: nel piccolo e di più ancora nel globale. Parlando poco per volta la tensione diminuisce, perchè la comprensione nasce prima di tutto dal recupero di una storia e di un linguaggio condiviso. I miei alunni questo lo capiscono: lo capiscono in pratica, sperimentandolo giorno per giorno. Sperimentando che la via che porta alla pace non è quella del muro contro muro, dello scontro diretto, della soluzione finale. E' negli anfratti, nelle crepe del muro, nei mattoni mancanti, oppure aggirandolo il muro, percorrendolo in lungo e in largo fin dove non si individua una porta aperta.
Io non voglio essere un mattone nel muro che Pera vorrebbe innalzare. Voglio continuare a camminare lungo il muro, tra i due muri, e cercare le piccole crepe, l'anello che non tiene. Voglio continuare a intercedere, camminare in mezzo, con quegli uomini e quelle donne che ci credono, che non si fanno arruolare dagli opposti fanatismi.
Ho quasi trent'anni e queste cose, piano piano, le capisco.
I miei alunni hanno dodici anni e queste cose, piano piano, le capiscono.
Pera no.
Se fosse in classe mia lo boccerei.

Lo ha detto carloemilio il 31/08/2004 13:46 | link | global
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