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Su Repubblica
di ieri intervista di Luigi Contu (nessuna parentela) al presidente del
Senato Marcello Pera. Argomento: il terrorismo internazionale e la
necessità di un nuovo patto di solidarietà dell'Occidente.
Dice Pera che "c´è
una guerra dichiarata e noi dobbiamo decidere come atteggiarci.
Possiamo combatterla, questa guerra, possiamo decidere come, con
quali mezzi combatterla oppure possiamo ritirarci e alzare le mani". E'
vero. Ci hanno dichiarato guerra, indubbiamente. A noi come mondo, come
cultura, come sistema economico.
Dice Pera che certo, qualche errore l'Occidente potrebbe averlo
commesso nei confronti dell'Islam, a sua volta - peraltro - non immune
da responsabilità. Però "se
mentre, come è giusto, cerchiamo rimedi, che poi sono
politici, diplomatici, educativi, economici, in una parola sono la
globalizzazione delle opportunità e dei diritti fondamentali,
quelli ci fanno guerra, dovremmo continuare a batterci il petto?"
Ovvero: possiamo anche ammettere di avere qualche
responsabilità, forse, ma è piuttosto inutile tentare di
rimediare ai nostri errori mentre "gli altri" ci sparano addosso,
ammazzandoci tutti indifferentemente, soldati, mercenari, pacifisti,
giornalisti, giapponesi, italiani, democratici americani e repubblicani
americani.
Infatti "per i terroristi non esiste differenza tra pacifisti amici e
militari ostili", constatazione che rende superata ogni discussione ("truppe
sì truppe no, svolta sì svolta no, dopo gli ultimi
avvenimenti è una discussione tardiva").
Dice Pera che dobbiamo "smetterla con l'inerzia, la reticenza, la
furbizia di chi strizza l'occhio, di chi tenta l'appeacement".
Perchè chi cerca la pace, in fondo, è un furbo, un
reticente, un inerte.
Leggendo
le parole del nostro presidente del Senato non riesco a non pensare ai
miei alunni a scuola. Quando hanno la sensazione, probabilmente
fondata, di aver subito un torto da un loro compagno, tendono subito
alla reazione, vogliono difendersi dall'aggressore. Quando esplode un
litigio, è subito fondamentale per loro trovare il colpevole
(che è sempre "l'altro") e ottenere giustizia, e chiedono magari
al loro insegnante di fare da giudice, separare il bene dal male. Si
divide in partiti tutta la classe, chi è contro, chi è a
favore, chi difende questo, chi accusa quell'altro.
Io, dalla cattedra, resto sempre un po' interdetto. Poi ci provo: cos'è successo? Cioè: qual è la storia
che sta dietro questa esplosione apparentemente repentina? Saltano
fuori, magari a puntate, un po' per volta e col passare dei giorni, i
mille motivi di uno screzio, di una disattenzione, di una amicizia
tradita (spesso inconsapevolmente), di un linguaggio che si credeva
comune e invece produceva incomprensioni e malintesi. Le storie dei
rapporti tra uomini sono complicate, intricate, a tratti
incomprensibili: nel piccolo e di più ancora nel globale.
Parlando poco per volta la tensione diminuisce, perchè la
comprensione nasce prima di tutto dal recupero di una storia e di un
linguaggio condiviso. I miei alunni questo lo capiscono: lo capiscono
in pratica, sperimentandolo giorno per giorno. Sperimentando che la via
che porta alla pace non è quella del muro contro muro, dello
scontro diretto, della soluzione finale. E' negli anfratti, nelle crepe
del muro, nei mattoni mancanti, oppure aggirandolo il muro,
percorrendolo in lungo e in largo fin dove non si individua una porta
aperta.
Io non voglio essere un mattone nel muro che Pera vorrebbe innalzare.
Voglio continuare a camminare lungo il muro, tra i due muri, e cercare
le piccole crepe, l'anello che non tiene. Voglio continuare a intercedere, camminare in mezzo, con quegli uomini e quelle donne che ci credono, che non si fanno arruolare dagli opposti fanatismi.
Ho quasi trent'anni e queste cose, piano piano, le capisco.
I miei alunni hanno dodici anni e queste cose, piano piano, le capiscono.
Pera no.
Se fosse in classe mia lo boccerei.
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