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La lettura del recente libretto
di Massimo D’Alema (A Mosca l’ultima volta. Enrico
Berlinguer e il 1984, Donzelli, €12,50, pp. 145), incrociatosi per
me con le polemiche e il dibattito suscitate dall’outing di
Riccardo Barenghi sulla questione irachena (“meglio
l’occupazione americana che i tagliatori di teste”), hanno
attivato un cortocircuito di riflessioni e ricordi.
Occorre dire, innanzitutto, che il libro di D’Alema è
intelligente, avrebbe stupito il contrario, e commovente, dato forse
meno prevedibile. Ma di questa mia sorpresa faccio volentieri ammenda,
mi cospargo il capo di cenere e ringrazio l’autore per la
disponibilità con cui ha aperto alcune pagine della sua vicenda
umana più intima e più dolorosa ai suoi lettori.
I fatti cui si riferisce il presidente DS, e in particolar modo la
morte di Berlinguer e la successione di Natta alla segreteria del PCI,
hanno anche per me un particolare valore biografico. Avevo allora nove
anni, ero curioso del mondo e un po’ manicheo. In casa si votava
DC, quindi i comunisti erano cattivi e mangiavano i bambini. Non che
questi fossero gli insegnamenti dei miei famigliari, ben più
aperti e intelligenti del sottoscritto a nove anni (per fortuna!), ma
certamente questa era la mia semplificata traduzione della questione.
Ricordo nitidamente le immagini del funerale di Berlinguer, le bandiere
rosse, la commozione dei militanti in piazza San Giovanni. Ricordo
anche i miei pensieri di bambino abituato a ragionare in termini
prettamente cattolici: “ma i comunisti vanno in paradiso?”
Una domanda un po’ paradossale in cui si celava, forse,
l’intuizione e quasi il sentimento del grande affetto popolare
che abbracciava in quelle ore il segretario morto sul campo, affetto
che non era solo di parte, probabilmente, e che in qualche modo mi
toccava, commuovendo anche quel piccolo manicheo davanti al televisore.
Ricordo poi il telegiornale, le immagini del nuovo segretario
comunista, quell’Alessandro Natta che quasi vent’anni dopo
avrei conosciuto, sia pur per breve tempo (dovrò scrivere un
post su quell’incontro). Mi colpì, del nuovo capo dei
cattivi, un tratto del viso che avrei riconosciuto anche due decenni
più tardi: il suo era il viso di una persona pulita,
appassionata, sincera. Dall’alto dei miei nove anni pensavo:
“ma è simpatico... Com'è possibile? E’
comunista ma è simpatico. Allora non può essere proprio
cattivo...”
Ho sempre ricordato questo episodio come il primo, un po’ comico,
affacciarsi del chiaroscuro nella mia capacità di giudizio. Il
bambino manicheo lasciava spazio per la prima volta a una sfumatura:
comunista e simpatico non era un ossimoro inconciliabile. Ne avevo la
prova: gli uomini sono complessi, ricchi, intricati, affascinanti.
Con le sue recenti affermazioni sull’Iraq Barenghi ha toccato
proprio questa corda, che a certa sinistra a volte sembra ancora ignota
(anche a destra, certo, ma qui parlo per me e di quello che vedo un
po’ più da vicino). Molti si scandalizzano perché
l’ex direttore del Manifesto è disponibile a formulare dei
distinguo, a sfumare la riflessione, ad analizzare a prescindere dai
tabù. Credo che questa incapacità di distinguere, di
sporcarsi le mani scendendo sul piano della concretezza sia – tra
le altre cose – uno dei limiti forti del movimento che in questi
anni si è opposto alle derive berlusconiane come al liberismo
incontrollato e alla globalizzazione senza etica. Lo spiega lo stesso
Barenghi, sul Manifesto di ieri, quando dice "ho da tempo la netta
impressione che noi pacifisti e radicali di sinistra tendiamo un po' a
cadere nella trappola dello stesso manicheismo [di Bush], seppur
rovesciandolo", per cui si descrive il terrorismo come una semplice
reazione dei "buoni" oppressi ai "cattivi" occidentali oppressori.
Limite non di tutti, è evidente, ma limite presente in molti. Io
lo chiamo sinistrismo, e D’Alema – il cui atteggiamento sui
temi di cui sopra non sempre mi ha entusiasmato – ne parla in un
passaggio del suo libro, quando racconta delle sue perplessità
sulla posizione di Berlinguer rispetto al movimento dei giovani del
1977, che il segretario comunista aveva definito
“untorelli”.
Incrociando [Berlinguer] a un convegno, qualche mese dopo, potei
parlargli e dirgli la mia opinione. In sostanza temevo che, impantanati
com’eravamo nella solidarietà nazionale, rischiassimo di
perdere il contatto con un’intera generazione. Non rimasi stupito
quando mi rispose che lo sapeva, che viveva con sofferenza questa
condizione, ma che non potevamo fare diversamente; non si poteva
rinunciare alla nostra politica, alla collaborazione con la Dc, alla
difesa intransigente delle istituzioni democratiche contro ogni forma
di sovversivismo. “Per il bene del paese” disse.
Difficile non riconoscere in questo Berlinguer – che
“sentiva, prima di tutto, la responsabilità verso
l’Italia e, insieme, verso le persone che avevano fiducia in lui.
E avvertiva tutto questo come una sorta di peso che lo opprimeva”
– quasi un autoritratto dello stesso D’Alema, compresso tra
la necessità di non perdere contatto con un movimento composito,
sfrangiato eppure a larghi tratti straordinariamente concreto e
operativo, e la responsabilità di mediare, di tradurre in
termini politici e istituzionali un discorso tanto complesso (è
certo più facile cavalcare l’onda, come insegna
Bertinotti...).
Ecco, credo che Barenghi e D’Alema, che probabilmente non si
amano alla follia, abbiano in comune con Berlinguer (e in piccolissimo
con il bambino ormai ex manicheo che scopriva simpatia nel volto di
Natta) la volontà di comprendere, di governare la
complessità, e ne ricavino “una sorta di peso” tutto
sommato simile. E’ un piacere rendersene conto.
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