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giovedì, 02 settembre 2004
Sfumature (D'Alema, Barenghi, Natta e Berlinguer)

La lettura del recente libretto di Massimo D’Alema (A Mosca l’ultima volta. Enrico Berlinguer e il 1984, Donzelli, €12,50, pp. 145), incrociatosi per me con le polemiche e il dibattito suscitate dall’outing di Riccardo Barenghi sulla questione irachena (“meglio l’occupazione americana che i tagliatori di teste”), hanno attivato un cortocircuito di riflessioni e ricordi.
Occorre dire, innanzitutto, che il libro di D’Alema è intelligente, avrebbe stupito il contrario, e commovente, dato forse meno prevedibile. Ma di questa mia sorpresa faccio volentieri ammenda, mi cospargo il capo di cenere e ringrazio l’autore per la disponibilità con cui ha aperto alcune pagine della sua vicenda umana più intima e più dolorosa ai suoi lettori.
I fatti cui si riferisce il presidente DS, e in particolar modo la morte di Berlinguer e la successione di Natta alla segreteria del PCI, hanno anche per me un particolare valore biografico. Avevo allora nove anni, ero curioso del mondo e un po’ manicheo. In casa si votava DC, quindi i comunisti erano cattivi e mangiavano i bambini. Non che questi fossero gli insegnamenti dei miei famigliari, ben più aperti e intelligenti del sottoscritto a nove anni (per fortuna!), ma certamente questa era la mia semplificata traduzione della questione.
Ricordo nitidamente le immagini del funerale di Berlinguer, le bandiere rosse, la commozione dei militanti in piazza San Giovanni. Ricordo anche i miei pensieri di bambino abituato a ragionare in termini prettamente cattolici: “ma i comunisti vanno in paradiso?” Una domanda un po’ paradossale in cui si celava, forse, l’intuizione e quasi il sentimento del grande affetto popolare che abbracciava in quelle ore il segretario morto sul campo, affetto che non era solo di parte, probabilmente, e che in qualche modo mi toccava, commuovendo anche quel piccolo manicheo davanti al televisore.
Ricordo poi il telegiornale, le immagini del nuovo segretario comunista, quell’Alessandro Natta che quasi vent’anni dopo avrei conosciuto, sia pur per breve tempo (dovrò scrivere un post su quell’incontro). Mi colpì, del nuovo capo dei cattivi, un tratto del viso che avrei riconosciuto anche due decenni più tardi: il suo era il viso di una persona pulita, appassionata, sincera. Dall’alto dei miei nove anni pensavo: “ma è simpatico... Com'è possibile? E’ comunista ma è simpatico. Allora non può essere proprio cattivo...”
Ho sempre ricordato questo episodio come il primo, un po’ comico, affacciarsi del chiaroscuro nella mia capacità di giudizio. Il bambino manicheo lasciava spazio per la prima volta a una sfumatura: comunista e simpatico non era un ossimoro inconciliabile. Ne avevo la prova: gli uomini sono complessi, ricchi, intricati, affascinanti.

Con le sue recenti affermazioni sull’Iraq Barenghi ha toccato proprio questa corda, che a certa sinistra a volte sembra ancora ignota (anche a destra, certo, ma qui parlo per me e di quello che vedo un po’ più da vicino). Molti si scandalizzano perché l’ex direttore del Manifesto è disponibile a formulare dei distinguo, a sfumare la riflessione, ad analizzare a prescindere dai tabù. Credo che questa incapacità di distinguere, di sporcarsi le mani scendendo sul piano della concretezza sia – tra le altre cose – uno dei limiti forti del movimento che in questi anni si è opposto alle derive berlusconiane come al liberismo incontrollato e alla globalizzazione senza etica. Lo spiega lo stesso Barenghi, sul Manifesto di ieri, quando dice "ho da tempo la netta impressione che noi pacifisti e radicali di sinistra tendiamo un po' a cadere nella trappola dello stesso manicheismo [di Bush], seppur rovesciandolo", per cui si descrive il terrorismo come una semplice reazione dei "buoni" oppressi ai "cattivi" occidentali oppressori.
Limite non di tutti, è evidente, ma limite presente in molti. Io lo chiamo sinistrismo, e D’Alema – il cui atteggiamento sui temi di cui sopra non sempre mi ha entusiasmato – ne parla in un passaggio del suo libro, quando racconta delle sue perplessità sulla posizione di Berlinguer rispetto al movimento dei giovani del 1977, che il segretario comunista aveva definito “untorelli”.

Incrociando [Berlinguer] a un convegno, qualche mese dopo, potei parlargli e dirgli la mia opinione. In sostanza temevo che, impantanati com’eravamo nella solidarietà nazionale, rischiassimo di perdere il contatto con un’intera generazione. Non rimasi stupito quando mi rispose che lo sapeva, che viveva con sofferenza questa condizione, ma che non potevamo fare diversamente; non si poteva rinunciare alla nostra politica, alla collaborazione con la Dc, alla difesa intransigente delle istituzioni democratiche contro ogni forma di sovversivismo. “Per il bene del paese” disse.

Difficile non riconoscere in questo Berlinguer – che “sentiva, prima di tutto, la responsabilità verso l’Italia e, insieme, verso le persone che avevano fiducia in lui. E avvertiva tutto questo come una sorta di peso che lo opprimeva” – quasi un autoritratto dello stesso D’Alema, compresso tra la necessità di non perdere contatto con un movimento composito, sfrangiato eppure a larghi tratti straordinariamente concreto e operativo, e la responsabilità di mediare, di tradurre in termini politici e istituzionali un discorso tanto complesso (è certo più facile cavalcare l’onda, come insegna Bertinotti...).
Ecco, credo che Barenghi e D’Alema, che probabilmente non si amano alla follia, abbiano in comune con Berlinguer (e in piccolissimo con il bambino ormai ex manicheo che scopriva simpatia nel volto di Natta) la volontà di comprendere, di governare la complessità, e ne ricavino “una sorta di peso” tutto sommato simile. E’ un piacere rendersene conto.

Lo ha detto carloemilio il 02/09/2004 11:29 | link | letture
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