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L'uomo ritratto nella foto è Marc Bloch, uno dei grandi storici del Novecento, autore di saggi fondamentali come La società feudale e I re taumaturghi, oltre che della splendida Apologia della storia. Leggo in questi giorni il suo La strana disfatta: testimonianza del 1940,
in cui lo storico si fa narratore in prima persona della rovinosa
sconfitta francese di fronte all'invasione nazista, analizzandone le
cause e le radici culturali e sociali meno immediate, ben al di
là della tragica contingenza del momento. Il cinquantaseienne
Bloch, professore alla Sorbona e già combattente durante la
Grande guerra, è un testimone diretto degli avvenimenti che
studia: aveva scelto di affrontare da combattente anche il nuovo
conflitto, prima come capitano dell'esercito francese, poi impegnandosi
attivamente nella resistenza e finendo giustiziato dai nazisti nel 1944.
Questi intellettuali sono sempre i soliti: possibile che anche al fronte debbano cercare l'eccitazione celebrale. Voglio dire: pensava forse di potersi divertire, sotto le armi, il capitano Bloch?
Il problema, ovviamente, è un altro. A quanto pare, un uomo che
aveva passato buona parte della vita a ricercare, leggere, tentare
ipotesi, ricostruire, un uomo abituato insomma a pensare e a scegliere,
non era proprio in grado di limitarsi alla routine della burocrazia.
Infatti, dopo qualche settimana Bloch riesce a "trovare un nuovo
incarico" da aggiungere a quelli comandatigli. Ecco il suo racconto:
Mi
ero accorto che le informazioni in nostro possesso sui depositi di
carburante situati in territorio belga erano assurdamente incomplete:
una terribile carenza per un'armata che, come tutti sapevamo, era
chiamata a penetrare in Belgio non appena i Tedeschi ne avessero
violato i confini. Grazie ad alcune relazioni personali riuscii a
completare e a precisare notevolmente le informazioni del dossier.
Dovetti compiere numerosi passi, esperienza che molto arricchì
la mia conoscenza degli ambienti di stato maggiore. In particolare
appresi in quell'occasione come tra gli addetti agli uffici, se sono
cortesi, si traduce quello che in buon francese si dice semplicemente
"impicciarsi di ciò che non ti riguarda"; poiché in
definitiva l'inchiesta che avevo avviato, per quanto utile potesse
rivelarsi, esulava totalmente dal mio servizio regolare. E questo si
chiama, sottolineando le parole con un sorrisetto, "avere del
dinamismo".
Il sorrisetto rivolto a chi va oltre il minimo, in fondo, lo conosciamo
bene. E' quello stesso sorrisetto che ci tocca tutte le volte che si
vanno a disturbare gli equilibri di ogni organismo burocratizzato:
scuola, ufficio, istituzione. E' il sorrisetto di chi pensa di essere
furbo, pensa che fare il minimo sia l'obiettivo massimo cui mirare, e
finisce per abbruttirsi, spegnersi, affossarsi in quella stessa routine un po' tetra che all'inizio pareva tanto rassicurante.
Avere del dinamismo è
pericoloso quando si vive nel mondo ossificato della burocrazia,
perché il movimento impaurisce e annoia chi
dell'immobilità si è fatto uno scudo. E' pericoloso anche
dire che in certi mondi, nella scuola prima di tutto, è il caso
di non fingere più che siamo tutti uguali, che un insegnante
vale l'altro. Ci sono gli insegnanti che fanno sorrisetti, e ci sono
quelli che cercano l'eccitazione celebrale.
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