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Ho
ritrovato una pagina scritta qualche mese fa, dopo i fatti di
Nassiriya. Mi pare abbia ancora senso e la copio-incollo qua senza
cambiare nulla. Per la cronaca, l'anno scorso insegnavo in una prima
media.
Nassiriya: lutto nazionale. E i bambini?
Oggi, in classe, abbiamo provato a parlare un po’ di quello che
sta succedendo in Iraq. Dei morti italiani, delle ragioni degli uni e
degli altri, dei motivi – dichiarati o presunti – della
guerra, dei kamikaze e del senso del loro gesto.
Perché in questi giorni di gran parlare, di immagini che si
commentano solo con il silenzio (e intanto parole), di momento da
onorare con il rispetto e da non strumentalizzare politicamente (e
intanto partitica,
perché politica è parola alta), tutti si sentono in
diritto di parlare, di commentare, di spiegare. Come se fosse poi
semplice spiegare la morte. Ma si sa, il novantanove per cento delle
nostre parole sono un riempitivo, l’orror vaqui
è sempre in agguato e non piace a nessuno stare zitto quando il
silenzio si riempie di significati che non possiamo controllare e
plasmare a nostro piacimento.
In questo profluvio di parole tappabuco, a tutto e a tutti si pensa,
fuorché ai bambini. Loro cosa pensano? Cosa sentono? Cosa
capiscono? Siamo un paese d’irresponsabili: forse se ogni minuto
di televisione del dolore, di politica del dolore, di giornalismo del
dolore, in questi giorni fosse stato pensato prima di tutto a misura di bambino, avremmo evitato di dire tante scempiaggini per coprire le nostre nudità.
I ragazzi, oggi, erano sconcertati. Ma non avevano neanche gli strumenti per rendersene conto.
– Mio papà dice che bisognerebbe ammazzarli tutti.
– E' tutta colpa di Berlusconi.
– I miei dicono che bisognerebbe buttargli sopra la bomba atomica.
– Lo fanno per i pozzi di petrolio.
– Ma i kamikaze perché lo fanno? Sono matti?.
– Bin Laden e Bush erano compagni d’affari.
– Ma le Brigate Rosse centrano qualcosa con i terroristi islamici?.
Frasi prese a caso tra le tante che sono state pronunciate: era un
continuo intervenire, ma gli interventi non costruivano mai un
discorso, erano più monologhi che altro. E monologhi fatti di
lacerti, di implicite domande di aiuto di fronte alle semplificazioni
che vengono dagli adulti. Da chi dovrebbe aver capito qualcosa in
più. Qualcosina, almeno. E per cortesia!
I bambini sono curiosi. Almeno finché non li rimbecilliamo
definitivamente a colpi di TV, scuola e silenzio. Essere curioso
significa non accontentarsi, non aver voglia di rifugiarsi in un
piccolo mondo privato di certezze incrollabili e inesistenti. A loro
non bastano le risposte che gli adulti si danno. Ma chi li aiuta ad
andare oltre?
I bambini: loro sono la misura di tutto. Volete capire se una famiglia
funziona? Guardate i suoi figli. Volete capire se un paese funziona?
Guardate i suoi bambini. Il paese che non sa piegarsi sui suoi piccoli,
che non sa pensarsi per loro (e per chi è piccolo in ogni
senso), è un paese di morti. Abbiamo celebrato i suoi funerali.
Di stato.
19 nov. 03
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