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Oggi in terza ho propinato ai
miei alunni una bella verifica di storia (dall'Unità d'Italia
alla Crisi di Fine Ottocento, con tutte le sue belle maiuscole). Mentre
aspettavo che si preparassero e, come da prammatica, staccassero i
banchi e si rendessero tutti perfettamente visibili agli occhi del
sottoscritto, mi sono sentito un po' a disagio.
Credo che la scuola dovrebbe educare alla libertà.
Bella frase fatta, ma il punto è che lo credo davvero. E che ho
la pretesa di pensare che sia possibile, educare alla libertà.
La cultura che comunichiamo -
o dovremmo comunicare - a scuola è il frutto di una storia lunga
tre millenni, tre millenni passati a cercare la libertà, intesa
(credo) come possibilità per ogni uomo di realizzarsi in pienezza1.
L'aspetto paradossale della vicenda, da cui nascono i "piccoli disagi"
di cui sopra, sta nella struttura che abbiamo creato per realizzare
questa opera di libertà. Nella mia scuola, che non è
diversa da tutte le altre se non in qualche sfumatura, gli studenti
devono essere sempre perfettamente visibili e controllabili. Devono (o
dovrebbero) chiedere il permesso per alzarsi e per sedersi, per andare
in bagno e per bere. Devono rendere conto di quello che fanno e di
quello che dicono, quando non anche di quello che pensano. Proprio nel
luogo educativo per eccellenza, sono in qualche modo e sistematicamente
spogliati di una parte di quel margine di autodeterminazione che
è tipico e peculiare dell'uomo, che lo distingue dagli animali, che lo
rende appunto libero.
Spesso pretendiamo di insegnare la libertà proprio a quegli
alunni cui la togliamo. Sono gli schemi funzionali tipici del carcere
(Foucault insegna), e mi fanno imbarazzare al pensiero che tanto spesso
assomiglio più a un secondino che non a un maestro.
1. Varrebbe la pena di ragionare su quanto oggi questa cultura
sia caduta in discredito presso quello stesso corpo scolastico che
dovrebbe esserne uno dei tramiti decisivi (essendo l'altro la famiglia).
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