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Ho finalmente visto le immagini
della firma, a Roma, della Costituzione europea. Quando ero piccolo gli
stati della Cee erano una decina soltanto, ma a me piaceva
istintivamente quell'idea di unità.
Ho girato poco il nostro continente: conosco bene Parigi, ho visto un
po' di Svizzera, Salisburgo, Praga. Sogno ancora di vedere Londra e
Lisbona, mentre in Italia non sono mai sceso sotto Roma, che sono
riuscito a malapena ad annusare. Eppure da sempre, istintivamente, mi
sento europeo.
Sono felice del passo che abbiamo fatto oggi: sicuramente pieno di
limiti e imperfezioni, il nostro continente è però tanto
diverso da quello che - per secoli - ha fatto da campo di battaglia ai
tanti stati che oggi iniziano a riconoscersi sotto una bandiera e una
costituzione comune.
Pensavo però anche ai miei alunni. Vorrei che fossero tutti
uguali davanti alla nostra legge e nel computo dei diritti, e invece so
bene che una quindicina, tra loro, per poter restare nella nostra
città e nel nostro continente devono continuamente chiedere
permesso, già ospiti e diversi prima ancora di poter decidere di
sé. So bene che sei di loro non sono ancora capaci di leggere
quello che sto scrivendo, perché questo nostro continente e
questa nostra città non vogliono prendere sul serio il loro
diritto all'istruzione, e non gli danno gli strumenti necessari per
imparare la nostra lingua, e li piantano in un banco ad arrangiarsi in
mezzo ad altri venticinque compagni (altri venticinque diritti e
venticinque bisogni).
Ecco, se oggi è un giorno di festa è anche il giorno
giusto per esprimere un desiderio. Il mio è che John Paul,
Carolyn, Regine, Li, Yu Zhen, Chayc siano lasciati un po' meno soli,
nel nostro grande continente. Il mio è che anche loro possano
presto chiamare questa città "casa".
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